Il cuore che batte, il grembiule che profuma di bucato, lo zainetto nuovo, le matite appuntite come frecce pronte a scoccare: è iniziata la scuola!
Oggi la vera bellezza della scuola è l’inclusione, parola che la collettività scolastica istituzionale impiega per dire che non solo la scuola è di tutti, ma è soprattutto di coloro che pensano, sentono e credono di non essere in grado di farne parte, per l’etnia linguistica di provenienza, per la diversa abilità, o semplicemente per il timore di non essere all’altezza di un percorso educativo evolutivo di cui si riconosce evidentemente l’importanza.
Durante il mio viaggio
da specialista nell’ambito delle istituzioni scolastiche di vario ordine e grado, ho visto fiorire tante iniziative inclusive: dall’allestimento degli ambulatori medici di Presidio, in grado di garantire un’ adeguata assistenza sanitaria in orario curricolare, alla creazione di percorsi extracurricolari per gli studenti con necessità di integrazione linguistica, e non solo per provenienza geografica, ma anche in relazione all’uso del Linguaggio Internazionale dei Segni, e altro ancora.
Non sempre, però, assisto alla percezione da parte delle famiglie della ricchezza formativa alla quale i bambini hanno libero accesso.
Se è vero che il timore reverenziale che i nostri nonni e i nostri genitori avevano nei confronti del maestro e del professore era motivato da una tradizione culturale ancora radicata alle origini rurali, è altrettanto vero che l’agio che i bambini e i ragazzi hanno nel confrontarsi con gli insegnanti spesso sia al limite dell’irrispettosità, fino ad arrivare ai picchi patologici raccontati dai fatti di cronaca.
La qualità dell’offerta educativa della scuola ha raggiunto certamente una posizione migliore negli ultimi decenni, con la presenza di docenti sempre più specializzati in ambiti multidisciplinari, con l’integrazione di competenze aggiuntive, ma il prodotto educativo della scuola stessa, l’allievo in formazione, non sempre è allineato, in termini educativi, con il percorso scolastico.
La zona grigia, la terra di nessuno in cui si crea il passaggio oscuro tra l’agio di sé è l’autogestione, è nel patto fiduciario tra scuola e famiglia. Nel 2007 è stato istituito il patto di corresponsabilità, un contratto che ogni anno si stipula tra famiglia e la scuola, con la volontà di condividere nella massima trasparenza il viaggio educativo dei bambini e dei ragazzi.
La famiglia però è cambiata: sta modificando forma e contenuto, e anche la scuola non può smettere di crescere e mutare. In questo movimento diventa sempre più difficile la manovra di allineamento, come se un satellite cercasse di agganciare un pianeta in rotazione. Quando avviene, è un evento straordinario, ed è per sempre: si chiama fiducia.
Fiducia nell’adulto, nell’insegnante, nel futuro.
Fiducia in se stessi.
di Antonella Gazzellone
Medico chirurgo, Esperto in scienze criminologico forensi
Pedagogista clinico ANPEC e SINPE
Giudice Onorario dei il Tribunale per i minorenni di Roma