La giusta attitudine? Divertirsi e relazionarsi!

Paolo Crepet ci sprona a pensare alle attività extrascolastiche dei nostri figli come ad «un gioco, un divertimento con valenza relazionale e di sviluppo della loro personalità».

«Lo sport è innanzitutto un gioco, un divertimento con valenza relazionale e di sviluppo della personalità - afferma lo psichiatra e sociologo -.

Ben venga lo sport, ma senza padri e madri urlanti in tribuna come se in campo ci fossero dei grandi campioni.

Sono pochi, meno del 3%, coloro che diventano professionisti. I genitori si diano una calmata e, dopo averli accompagnati all’allenamento, lascino i figli il più possibile da soli a viversi un’esperienza e a conquistare l’autonomia.»


È meglio quindi non limitare la frequenza di corsi, sport e altre esperienze di socializzazione ai nostri figli?
«Sì, basta con bambini e adolescenti imbambolati davanti a uno schermo.

La pandemia ha esasperato i disagi già esistenti e i ragazzi hanno il sacrosanto diritto di riprendersi i propri spazi e di confrontarsi serenamente con i propri pari.»

E la tecnologia che tanto ci ha aiutato a restare in contatto durante i mesi più duri dell’emergenza sanitaria che ruolo avrà?
«Per i più piccoli, e almeno fino alla scuola primaria, ritengo che l’utilizzo della tecnologia non sia né urgente né necessario. Penso sia molto più urgente far ritornare i bambini alla loro sensorialità collettiva e, dunque, alla pratica del gioco. 

Giocare e sperimentare usando i sensi non è passato di moda perché siamo nel 2021, anzi resta fondamentale. Abbiamo avuto così tanto tempo per utilizzare le tecnologie che ora è arrivato il momento di disintossicarsi un po’ e di compensare l’abuso del virtuale dei mesi passati, riabilitando i più giovani alla loro vita fatta di relazioni e stimoli percettivi, emotivi e sensoriali.»

Tecnologia ridotta al minimo anche sul piano didattico?
«A livello didattico, l’insegnante deve fare l’insegnante; non il venditore di tecnologie. Non capisco questa corsa alla pratica della tecnologia in classe e, sinceramente, sono molto preoccupato della declinazione ipertecnologica che sta assumendo l’educazione. Non sono certo un anti-tecnologico, ma credo vada usato il buon senso e ridotto l’utilizzo di tablet e telefonini che non favoriscono certo l’apprendimento.» 

Che cosa è auspicabile aspettarsi da questo terzo anno scolastico in epoca pandemica? «Che sia un anno affrontato con intelligenza. Si deve avere il coraggio di mettere da parte le polemiche e di sforzarsi per restituire appieno a bambini e ragazzi il percorso di educazione, formazione e crescita di cui hanno necessità. Ne hanno bisogno i bambini e gli adolescenti e ne hanno bisogno i genitori, che devono riprendere la routine lavorativa...

Una volta risolto il problema a monte, con l’obbligo di green passper tutto il personale scolastico e l’invito alla vaccinazione per gli over 12, non vi è più alcun motivo per imporre limitazioni alle attività scolastiche ed extracurriculari.»

In conclusione?
«Mi auguro che la scuola torni ad essere una casa gioiosa in cui anche le regole siano vissute come un gioco. La mascherina? Che diventi un’opportunità per imparare a rispettare il prossimo. Le finestre spalancate? Che siano un ponte con il mondo esterno e un orizzonte di libertà e abbattimento dei confini.»

di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

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