Noi siamo ciò che mangiamo… ma “come” mangiamo?

La frase del famoso filosofo Feuerbach evidenzia quanto l’alimentazione e la nutrizione siano per noi determinanti. Mangiando, introduciamo qualcosa di “estraneo” nel nostro organismo, lo digeriamo,

lo assimiliamo e lo elaboriamo, rendendolo così parte strutturale di noi. Ogni cultura, ogni paese, ogni singola famiglia ha un rapporto col cibo unico e personale: lo sanno bene i sanitari che assistono le persone in coma invitando, appena le condizioni cliniche e le strutture di ricovero lo consentono, i familiari a cucinare i cibi abituali domestici nella stessa stanza in cui è il degente. L’odore del cibo, infatti, raggiunge il cervello immediatamente e senza filtri (come accade, invece, per gli altri sensi) e stimola quei neuro- ni legati ai ricordi che, a loro volta, si connettono alla corteccia cerebrale, favorendo il recupero di funzioni danneggiate se ancora parzialmente attivabili. Lo sanno anche gli immigrati di ogni tempo e luogo: la nostalgia di casa e l’identità personale ed etnica passano dal cibo “proprio”, ripropo- nendo i piatti tipici con una forza e pervicacia fenomenali, tale da rendere le varie cucine “etniche” (in primis quella italiana che ad inizio ‘900 invase le Americhe) interessanti anche per i nativi. Ma cosa c’entra questo con i nostri figli e con noi? In realtà è una domanda che dobbiamo porci, alla luce delle trasformazioni che i tempi ed il commercio ci impongono. Sono soprattutto due gli aspetti critici da considerare: l’omogeneizzazione dei sapori e la “infantilizzazione” delle consistenze dei cibi. La memoria del cibo ce la costruiamo nei primi mesi ed anni di vita, annusando e mangiando. Nei piccoli centri rimangono vivi come abitudini quotidiane cibi e preparazioni molto diversificate tra loro anche quando sono simili di base.

Nelle città più grandi queste informazioni sono in parte perse ma a ciò si aggiunge anche una iperprotezione del bambino: lo si copre di più, lo si porta meno fuori all’aria aperta, gli si forniscono sempre più tardi ali- menti diversificati, gli si somministrano prodotti poveri di sapore, si riduce la gamma dei gusti proposti nella prima infanzia a 2 soli (dolce – soprat- tutto – e salato). E poi ci si meraviglia se il bambino, in seguito, non vuole neppure assaggiare tanti cibi diversi. Di fatto – anche se con buoni propositi si impoverisce la persona di risorse e nutrimenti, rendendo monotono nutrirsi.

Non sono, però, solo i sapori a definire le qualità di un cibo ed il valore a cui si riferiva Feuerbach. Anche la sua consistenza gioca un ruolo  determinante  nello  sviluppo dell’individuo. È utile rammentare che  l’essere  umano  appartiene al regno biologico degli animali ed è un animale “onnivoro”. Ciò significa che si è costruito nei millenni a noi antecedenti grazie alla capacità di consumare tutto quello che trovava disponibile per la sopravvivenza: semi, tuberi, radici, carni di terra ed acqua.

“Aggredire” un cibo duro da masticare (un pezzo di pane, un trancio di carne, un vegetale crudo) consente lo sviluppo di due aspetti: la forza mu- scolare dell’apparato buccale e la capacità di sperimentare la forza fisica a partire da gesti di sopravvivenza. Lo vediamo anche in natura: una volta svezzati i piccoli, in genitori portano loro cibi da sperimentare più grossi o vivi, in quanto lo sforzo per conquistarsi il cibo allena le loro capacità di sopravvivere nell’ambiente e ne tempra il carattere.

Ma, se nel mangiare non alleniamo più queste caratteristiche, rischiamo di perdere alcune capacità di gestire il rapporto con il nostro ambiente emo- tivo, se non con quello reale esterno solo in parte addomesticato.

Nel nostro sistema di alimentazione, infatti, osserviamo la sempre mag- gior diffusione di alimenti “morbidi” per qualsiasi fascia di età. Ai bambini a cui spuntano i dentini si danno da masticare gli anelli di plastica morbida e non i pezzi di pane duro di una volta (sforzo + sapore = collegamenti neu- rali importanti), più avanti consumiamo i panini a bauletto o da hamburger e non il pane toscano o pugliese o locale di un tempo (più consistenti), le carni elaborate in forma tritate o comunque tenere, i biscotti, le merendine e le torte pronte preparate con un numero di ingredienti assurdo (non i semplici farina, zucchero, uova, burro e lievito: 5 soli ingredienti per delizie di tutti i tipi!) tanto spugnose che non generano sforzo per consumarle.

Ci stiamo avviando ad un sistema di prodotti commerciali proposti indistintamente per tutte le età quando, invece, dovrebbero essere limi- tati, come consistenze, agli infanti (per pochissimo tempo) ed agli anziani con problemi di masticazione; ed in generale, per le conseguenze nega- tive sull’apparato masticatorio (carie, malocclusioni, problemi gengivali), evitati per tutti.

Per concludere vi lascio con l’invito di far sperimentare ai bambini tutta la ricchezza dei cibi che la nostra grande tradizione culinaria italiana ci ha reso abituali – tra l’inventiva della povertà e la ricchezza delle scelta spar- se per la penisola – confidando che i millenni che ci hanno allenato alla sopravvivenza ci hanno dotato delle capacità di renderli parte di noi anche ora. Sminuire questo dono del passato è un limite di cui pagheranno lo scotto le generazioni future.•

a cura dott.ssa Luisa Zoni
medico, specialista in Scienza dell’Alimentazione, counselor relazionale