La parola a Paolo Crepet sulla cultura d’appartenenza

Continua il nostro viaggio al fianco di uno degli psichiatri e sociologi più apprezzati di Italia. Questa volta il focus è sulla cultura di appartenenza e l’importanza di riti e tradizioni nella crescita di un bambino.

Paolo Crepet, che ritiene Genitori «un interessante progetto di sostegno alla genitorialità e un ottimo modo per stare al fianco delle famiglie, ragionando e senza intromettersi nelle loro scelte», sottolinea l’importanza del racconto della propria storia a figli e nipoti per perpetuare il ricordo e costruire una memoria condivisa: «Avere memoria del passato – sottolinea - è necessario per capire chi siamo e da dove veniamo».

Professore, qual è il bagaglio culturale che si portano addosso i bambini di oggi? «I racconti della famiglia. È fondamentale che i genitori trasmettano ai propri figli i ricordi, l’infanzia e gli aneddoti più significativi dei nonni, soprattutto se questi vivono altrove o non ci sono più. Paradossalmente, è molto più importante che un bambino sappia chi è suo nonno: attraverso di lui sarà più facile comprendere anche suo padre e quei lati che, pur vivendolo regolarmente, potrebbero sfuggirgli. Avere memoria del passato è necessario per cementare l’appartenenza e costruirsi un’identità. Allo stesso modo, i bambini devono essere aiutati a conoscere la storia del luogo in cui vivono. Non basta ricordare i nomi delle strade e delle piazze di un paese o di una città, ma è bene anche riconoscerne i simboli, le ricorrenze o visitare musei, chiese e palazzi».

Quali sono i riti che ancora sopravvivono e che possono contribuire a consolidare l’identità di un bambino? «Disegnare, scrivere e raccontare. Sembra scontato, ma queste sono azioni fondamentali per razionalizzare l’idea che il bambino ha di se stesso. Farlo parlare di sé e della sua famiglia. Se ha fatto dei viaggi, dove è stato, cosa ha visto. E se e perché (e questo vale soprattutto per i figli degli immigrati ma anche semplicemente per chi vive dove non è nato) è tornato e quali sono le differenze, ma anche le analogie, fra il luogo da cui si proviene e il posto che chiama “casa”. Quello che oggi fa moda chiamare storytelling, insomma, ma che ha la stessa funzione ed è molto meglio (ride) se detto in italiano».

E la religione, le cerimonie, i sacramenti? Come è cambiata la loro fruizione? «Ci sono alcune religioni che continuano ad essere forti e radicate. Penso all’ebraismo, che rispetto al cattolicesimo, è molto più presente nelle vite dei suoi seguaci. Nelle nostre società, le ritualità cattoliche - penso ai matrimoni, ai battesimi e ai sacramenti in generale - sono molto meno sentite rispetto al passato. Si celebrano spesso per dovere o per consumismo e si svuotano così di significato. Laddove non ci si crede più, è bene sostituire quelle cerimonie con qualcos’altro in grado di cementare l’appartenenza».

Per esempio con cosa? «Non certo andando il sabato pomeriggio al centro commerciale. Ogni famiglia può e deve costruirsi i propri riti: anche una biciclettata tutti insieme ripetuta con regolarità e la domenica allo stadio possono fungere allo scopo».

Che ruolo ha la scuola nella trasmissione e valorizzazione delle diverse identità? «La scuola è l’unico spazio aperto a tutti e dove per la prima volta il bambino sperimenta le diversità. Il dovere della scuola è insegnare i valori della convivenza.

Gli insegnanti devono muoversi come equilibristi ed essere in grado di scansare pregiudizi e ottusità. Di fronte alle diversità, l’unica strada è mostrarsi ai bambini in maniera laica, imparziale, valorizzando tutte le identità, magari favorendo l’incontro fra genitori e usanze differenti e veicolando un unico messaggio: ognuno ha la sua storia e ogni storia può rappresentare un’opportunità di scambio e conoscenza».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

foto credits Leonardo Cendamo