Cos’è cambiato rispetto al passato? C’è troppa violenza! Sono questi gli interrogativi che tutti noi ci poniamo di fronte ai tanti fatti di cronaca che puntualmente ascoltiamo. Da tecnico del settore mi chiedo se le responsabilità siano da annoverare all’azione del singolo o se, invece, siano da attribuire alla collettività in generale. L’analisi dal punto di vista giuridico ci pone difronte a forti limiti.
È insolito, infatti, che un capo d’accusa ricada sulla collettività. L’orientamento è sempre quello della valutazione delle condotte individuali che, cosi come avviene nei processi, tende ad individuare un solo colpevole.
Ma l’educazione dei nostri figli, dipende soltanto da noi genitori o, piuttosto, dal contesto in cui le famiglie vivono? Questo, a mio avviso, il grande interrogativo antropologico.
Ho sempre pensato, forte dell’esperienza professionale, che da famiglie sane strutturate su sani principi, non possano che nascere e crescere figli altrettanto sani. Ma questa teoria è ancora valida? Quanto sono influenti, oggi, le amicizie nell’educazione di un figlio, o quanto può incidere, ad esempio, sulla crescita di un ragazzo il messaggio politico?
La violenza che ogni giorno ci propinano gli organi di informazione, le serie TV, i social network o i videogiochi, che influenza ha nella crescita di un bambino? È nostro dovere, come genitori, come insegnanti e come esperti di un settore delicato come quello minorile porci questi interrogativi cercando di darci una risposta.
Internet, ogni istante, ci pone di fronte a filmati o immagini in cui gli attori principali sono i giovani “sprezzanti del pericolo”, magari attraversando improvvisamente una strada mettendo sul piatto della scommessa la propria vita, ma anche giovani che fanno a gara a vessare un compagno di classe, fino a portarlo sull’orlo dell’esasperazione.
Imperversa una sola legge, nella nostra società, quella della violenza. Una violenza dettata dalla necessità di sfogare una rabbia repressa quasi sempre sul più debole, sull’indifeso, su chi non ha gli strumenti per difendersi.
Basti pensare a ciò che accade a scuola. Quanti insegnanti sono bersagliati dalla strafottenza dei loro studenti o sono costretti a subire la prepotenza dei ragazzi senza nemmeno poter reagire? In passato le dinamiche erano completamente diverse; c’era una sorta di coerenza educativa tra gli insegnanti e i genitori. Il bambino che a scuola si comportava male o che risultava impreparato all’interrogazione del maestro subiva il rimprovero di quest’ultimo e quando tornava a casa non trovava alcun conforto consolatorio al rimprovero del maestro, anzi, normalmente, i genitori rincaravano la dose continuando a sgridare il figlio.
Il risultato di questo naturale asse collaborativo tra famiglia e scuola permetteva ai ragazzi di diventare adulti equilibrati.
Oggi, fermo restando il principio in base al quale nessun atto prevaricatore è consentito, le famiglie si pongono come antagoniste della scuola. Non è più riconosciuta la figura dell’insegnante come punto di riferimento nello sviluppo di un giovane. I genitori, spesso, si sentono nella condizione di porsi come più preparati del docente, screditando, di fatto, un ruolo fondamentale in termini di guida educativa. Risultato di tutto ciò?
La perdita dei valori e dei punti di riferimento. Forse, nell’ottica di un miglioramento e nell’intento di porre fine a tutto ciò, dovremmo fermarci a pensare con umiltà, perché soltanto dai ripensamenti e dalle riflessioni si possono correggere tanti nostri errori.
di Raffaele Focaroli
pedagogista, Giudice tribunale minori
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