La parola a Paolo Crepet sul fondamentale valore del “noi”

Continua il nostro viaggio al fianco di uno degli psichiatri e sociologi più apprezzati di Italia. Questa volta il focus è sul mondo dell’associazionismo e su quell’esercito pacifico di volontari che cerca di rendere il mondo un posto migliore.

Paolo Crepet, in libreria con Il coraggio (Mondadori), ritiene Genitori «un interessante progetto di sostegno alla genitorialità e un ottimo modo per stare al fianco delle famiglie, ragionando e senza intromettersi nelle loro scelte». Il suo consiglio? «Per crescere adulti solidali si deve puntare sulla peer education».

Professore, è possibile insegnare ai nostri bambini la solidarietà e l’attenzione verso gli altri? «Non mi stancherò mai di dirlo: è sempre l’esempio della famiglia in cui viviamo a fare la differenza. Se mamma e papà sono accoglienti, aperti al diverso e sensibili alle esigenze degli altri, allora lo saremo anche noi. Chi ha genitori egoisti e concentrati su se stessi può essere forse “salvato” solo dalla scuola e, nella speranza che la sua educazione sia delegata ad altri, dalla rete di relazioni che intesse con l’esterno».

La scuola può essere il luogo dove imparare l’empatia? «La scuola deve esserlo. È l’unico spazio aperto a tutti e dove per la prima volta le nuove generazioni sperimentano la convivenza. Tutti gli istituti scolastici dovrebbero, già a partire dalle scuole dell’infanzia, far proprio il modello della peer education, pratica diffusissima nei paesi anglosassoni»

Peer education? Di cosa si tratta? «Letteralmente peer education significa educazione alla pari. È una strategia con cui l’educatore attiva negli allievi un passaggio spontaneo di conoscenze, competenze ed emozioni. Lo scambio si muove da parte di alcuni membri di un gruppo verso altri componenti di pari status, che condividono cioè età, genere sessuale, affinità o esperienze».

E tra i più piccoli funziona? «Certamente. Questo metodo rende i più piccoli consapevoli e fieri delle proprie capacità e crea sintonia fra gli appartenenti al gruppo. Alla lunga verrà poi favorita la propensione ad aiutare anche chi simile non è: il più grande che si prende a cuore i bisogni del più piccolo, il più forte che si allea con il più debole... Si impara così a rispettare i tempi degli altri e, se necessario, si apprende a fermarsi e ad aspettarli».

In un mondo dai ritmi frenetici e schiacciato fra immagine e competizione, cosa può aiutare un bambino a mettersi nei panni dell’altro? «Mettere il naso fuori di casa e separarsi dai propri interessi individuali. Partecipare. Solo vivendo insieme agli altri, condividendo esperienze, è possibile uscire da se stessi. Fermarsi a guardare e ad ascoltare l’altro. Mi rifiuto di credere che i figli degli egoisti siano “spacciati” anche se purtroppo intravedo nel loro futuro una certa predestinazione»...

Quali sono le attività più indicate per attivare gli anticorpi contro l’indifferenza già in tenera età? «Certamente praticare gli sport di squadra e frequentare il mondo delle associazioni. Andare a pulire i parchi, raccogliere i rifiuti sulle spiagge. E poi fare esperienze culturali in cui vivere le stesse emozioni del proprio vicino: il teatro, la musica, laboratori di scrittura o gruppi di lettura».

Cosa sarebbe l’Italia senza i volontari? «Basta un’emergenza ambientale o un terremoto per rendersene conto. Il valore del “noi” si ritrova solo davanti alle tragedie e grazie a quel noi ritrovato il paese non crolla.

Servirebbe però un po’ di prevenzione. In quest’epoca di narcisismo e solitudine digitale, bisognerebbe recuperare quei momenti di vita comune che in passato rappresentavano una vera e propria palestra di crescita. Lo dico ormai da anni, sarebbe ora che si introducesse finalmente il servizio civile obbligatorio: per i giovani forse sarebbe più semplice capire che prima dei diritti vengono i doveri».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

foto credits Leonardo Cendamo