Vorrei premettere alle mie riflessioni un dato di fatto: tra gli animali l’animale uomo è l’unico che da millenni, si è adattato all’ambiente imparando a sopravvivere e a nutrirsi con quanto
l’ambiente stesso gli forniva ed utilizzando, nel contempo, il modo di alimentarsi come base socio-culturale su cui costruire la propria identità di popolazione.
Fino al secondo dopoguerra del secolo scorso questa regola valeva anche nel nostro mondo occidentale, Italia compresa. La modernità e le tecnologie degli ultimi 50-60 anni hanno portato abbondanza di cibo sulle nostre tavole e nel business agroalimentare e culinario. Se da un lato questo ha comportato dei vantaggi come la minor malnutrizione da carenza di nutrienti o la maggior crescita staturale da potenziale genetico, dall’altro ha portato molti svantaggi: cibo ad ogni ora del giorno e della notte; scelte condizionate dalla pubblicità; estrema manipolazione degli alimenti; media invasi da suggerimenti senza fine su come cucinare, cosa scegliere e così via; diet-industry oltremodo florida; sfiducia nelle competenze sanitarie legate all’alimentazione e, dall’altro lato, fiducia a volte cieca verso guru vari delle diverse proposte dietetiche e di stile di vita; cibi vari vissuti ora come veleni esistenziali tanto quanto prima erano fondamentali per la sopravvivenza; disturbi vari ed aspecifici attribuiti sempre e solo all’alimentazione e non ad altri fattori interferenti, in primis lo stress del quotidiano vivere...
Attualmente l’Italia è il paese europeo con il maggior numero di soggetti vegetariani e vegani (4,2 milioni di Italiani) in costante aumento. Tale scelta viene fatta, in gran parte, per motivi etici. I regimi alimentari vegani, più restrittivi nelle scelte rispetto a quelli vegetariani classici (latto-ovo vegetariani, pesco-vegetariani), se comunque ben condotti e variati non portano a carenze particolari dal punto di vista nutritivo. Per i bambini è richiesta una maggior attenzione: tutti, indipendentemente dal tipo di alimentazione che seguono, manifestano preferenze e rifiuti di alcuni alimenti e, se questi sono vettori di sostanze nutritive particolari, vanno supplementati se non introdotti.
I nostri figli crescono in un ambiente pervaso da insicurezze alimentari e di aspetto fisico, che li minano emotivamente ed a volte anche fisicamente. Il cibo può divenire terreno di scontro quando ci s’irrigidisce su posizioni intransigenti e quando questo accade coinvolgendo i bambini ed i rapporti tra pari che si hanno nelle scuole, ecco che anziché momento di crescita diventa occasione persa di relazione.
Ci tengo a sottolineare che nella fascia precoce di vita del cucciolo umano la crescita del cervello e delle sue interconnessioni è proporzionale al numero di esperienze sensoriali e di vita che il bambino compie. Eliminare totalmente alcuni alimenti nei primi anni di vita di un bambino, indipendentemente dalle scelte etiche, significa non fargli costruire alcuni circuiti cerebrali a scapito di altri (olfattivi, percettivi, cenestesici, cognitivi). Analogamente, la selezione alimentare condiziona il patrimonio batterico intestinale; questo campo di ricerca ancora giovane ha visto che l’eliminazione completa delle carni impoverisce uno dei ceppi batterici protettivi del microbioma intestinale.
Infine, ultimo ma forse ancor più importante, il cibo può diventare nelle scuole, motivo di scontro. Ho colleghi chiamati in tribunale per pareri su denunce di genitori verso insegnanti che non hanno “proibito” ai compagni di classe di far assaggiare ai loro figli il cibo non vegano che consumavano. Considerando che l’infanzia e l’adolescenza sono momenti di esplorazione dell’ambiente, esplorazione che passa anche attraverso l’assaggio del cibo, far nascere discussioni e generare situazioni che a volte si configurano quasi come emarginazione (vassoi sigillati, tavoli separati…) non serve ai nostri bambini.
Non ho suggerimenti da dare al di fuori dell’osservare che la civiltà umana ha costruito ponti attorno alle tavole imbandite, ha segnato le sue culture specifiche e compattato le persone attorno ai piatti tipici locali, è sopravvissuta e cresciuta con tutto ciò che l’ambiente offriva, con moderazione perché cercare e produrre cibo era faticoso; ora si stanno invece ergendo muri attorno a quelle stesse tavole. Questo mi fa riflettere e pensare che il futuro alimentare e di relazione dei nostri figli e nipoti sarà meno gradevole e ricco che in passato.
a cura dott.ssa Luisa Zoni
specialista in scienza dell’Alimentazione - AUSL Bologna