Una definizione di cultura viene indicata dalla Treccani come «l’insieme delle cognizioni intellettuali che,
acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità…».
Spesso nel nostro gergo linguistico usiamo l’espressione “bagaglio culturale”, una meravigliosa metafora che rappresenta qualcosa di particolarmente complesso da definire e che comprende molteplici dimensioni. Questa apparentemente semplice immagine metaforica racchiude, proprio come un bagaglio o una valigia che viene passata di generazione in generazione, profumi di tempi e terre lontane, storie e racconti passati, sensazioni al tatto di leggerezza o di pesantezza, espressioni e ricordi dolorosi o gioiosi. Racchiude non solo una dimensione temporale delle cose che sono state e che saranno, ma anche una dimensione emotiva legata alle relazioni e ai ricordi, una dimensione cognitiva di cose apprese ed infine una linguistica-comunicativa delle cose che saranno trattenute e di quelle che invece verranno tramandate.
La cultura affonda le sue radici nel passato, ma è costantemente in divenire; è estremamente dinamica. Essa riflette nel tempo il potere trasformativo dell’uomo, delle sue idee e della sua natura. Riflette il cambiamento che un popolo è capace di affrontare nel tempo.
La cultura è anche una compagna di viaggio silenziosa, rispettosa, che ci guarda crescere fin da bambini e che timidamente aspetta di conoscerci. Ed è proprio qui, che noi genitori in primis abbiamo il dovere di creare i presupposti per garantire un buon incontro e lo sviluppo di una sana relazione con i nostri figli. Siamo noi ad avere un ruolo fondamentale nella stimolazione della curiosità culturale dei nostri figli perché noi rappresentiamo per loro un vero e proprio filtro sociale.
Perché i bambini non nascono membri della società: piuttosto, nascono predisposti alla socialità, diventandone poi membri attraverso un lungo e complesso processo che viene definito “socializzazione”; entrano gradualmente a far parte di in un tessuto sociale e culturale già esistente e strutturato, con il quale possono imparare a relazionarsi e ad individualizzarsi trovando una propria collocazione sociale, grazie anche al nostro orientamento.
L’apprendimento infantile pone le proprie basi sulla ripetizione e sull’imitazione di diversi schemi (verbali, comportamentali, relazionali). Pensiamo per esempio ad un bambino che si immagina di guidare la macchina muovendo le braccia a destra e a sinistra come se impugnasse un volante: questo comportamento viene appreso spontaneamente dall’osservazione e dall’imitazione del papà che lo accompagna a scuola tutte le mattine in macchina.
Se, oltretutto, l’apprendimento di quest’azione avviene dentro una relazione positiva con il proprio genitore aumentano le probabilità che il bambino voglia ripetere l’azione stessa perché associata a qualcosa di gradevole o piacevole. Con questo esempio intendo dire che se noi adulti siamo i primi a mostrare interesse e ad associare emozioni positive rispetto alla conoscenza, alla curiosità verso l’altro e verso l’ignoto, verso la nostra cultura e verso le altre, i nostri figli crescendo faranno lo stesso. Penso che il tutto si possa riassumere con questa frase: educare alla cultura significa educare alla curiosità.
Prima della scuola, dello stato, della politica, siamo noi genitori i principali intermediari tra i nostri figli e la società nella quale viviamo e, pertanto, i primi a costruirne per loro linguaggi, significati, regole e conoscenze.
a cura dott.ssa Patrizia Valenti
psicologa, psicoterapeuta