Crescere genitori consapevoli: cosa fare con un bambino “capriccioso”

Tempo fa mi è capitato di parlare con un papà giovane e sorridente che mi segnalava i “capricci” di suo figlio di circa nove mesi, minimizzandoli.

L’uomo riferiva che il bambino, che chiameremo Marco, strilla e si dispera a tutte le ore...

Rassicurati dal pediatra sulla sua salute, i genitori usano lasciarlo piangere anche per mezz’ora di fila. Il bambino ha capito che, se il padre alza la voce intimandogli di smettere, si deve calmare salvo poi riprendere a piangere poco dopo.

Stando alla teoria comportamentista di Skinner, per estinguere un comportamento è necessario ignorarlo: nel caso di specie, ignorare il pianto del bambino per molto tempo produrrà la sua cessazione.

Tutto bene, quindi? Non proprio. Il comportamentismo suggerisce di premiare comportamenti positivi con rinforzi (caramella, lode, carezza) e ignorare quelli negativi. Ciò mette in guardia contro l’apparente severità genitoriale: quando la mamma, alla fine, si stanca e prende in braccio Marco per consolarlo, di fatto gli comunica che più piangerà più lei sarà pronta a sorreggerlo. Marco apprenderà la reiterazione del pianto, tanto la mamma arriverà a soccorrerlo. Se l’obiettivo è, invece, l’estinzione del pianto, la madre dovrà ignorarlo fino a che non smetterà da solo.

Ma è giusto reggere questo braccio di ferro con un figlio piccolo che urla, magari nel cuore della notte? Il mestiere di genitori è il più difficile del mondo e spesso ci si sente inadeguati. Può addirittura capitare che si neghi un problema nella speranza si risolva da sé o che ci si affidi alla saggezza popolare pur sapendo che non sempre essa ha una base scientifica. Proviamo a fornire allora alcune indicazioni ai neo genitori.

Si potrebbero citare almeno altre due teorie per confutare le decisioni adottate per Marco: la pedagogia montessoriana e la teoria dell’attaccamento.

Secondo Maria Montessori, il bambino sviluppa fughe e barriere quando l’adulto non risponde ai suoi bisogni fondamentali. Si potrebbe consigliare alla coppia di predisporre un ambiente nel quale Marco trovi mezzi di sviluppo che catturino la sua attenzione e favoriscano un’esplorazione attiva e comportamenti laboriosi. Nel caso del bambino piccolo, che non ha altri mezzi per comunicare perché non sa ancora parlare, i motivi del pianto possono però essere tanti e spetta all’adulto individuarli con sensibilità e osservazione. La teoria dell’attaccamento può aiutare a spiegare il pianto a dirotto come il bisogno di cibo, sonno o pulizia. Se Marco inizia a piangere piano con intensità crescente è possibile che abbia fame; mentre se l’intensità del pianto è subito elevata può darsi provi dolore. La motivazione all’attaccamento è intrinseca nel bambino, che necessita di contatto per garantirsi la sopravvivenza. In particolare, dai 6 ai 24 mesi, può mostrare ansia da separazione, specialmente dalla madre, o paura dell’estraneo e usare il pianto per segnalare il suo disagio. Se la madre e il padre rispondono in modo sintonico e sensibile, il bambino svilupperà sicurezza e fiducia in se stesso perché può averne negli altri. Sarà gioioso, socievole e esplorativo, perché saprà che potrà sempre fare affidamento su una base sicura.

Se invece le figure di attaccamento non si mostrano empatiche, potrà sviluppare richieste spasmodiche di attaccamento per paura, evitamento e diffidenza o ambivalenza (cerca il contatto, ma mostra anche rabbia).

Se ignorato, insomma, Marco potrebbe apprendere che i genitori non sono pronti a comprenderlo e sviluppare il pianto come reazione di rabbia verso figure scarsamente accudenti. Per evitare che ciò accada, con conseguenze sul futuro sviluppo affettivo-relazionale del bambino, è utile dare risposte appropriate, rapide e coerenti evitando dinamiche, forse apprese dalla famiglia di origine, per paura di “viziare” il figlio. Più facile a dirsi che a farsi, ma da provare con pazienza.

a cura dott.ssa Cristina Stringher
ricercatrice INVALSI