Cos’è l’intelligenza emotiva?

Paolo Crepet, uno degli psichiatri e sociologi più apprezzati di Italia e che da anni collabora con la nostra Rivista, interrogato sul significato e sul valore dell’intelligenza emotiva dei bambini si abbandona ad un ricordo della propria infanzia. 

«mio nonno mi insegnava la fantasia, la condivisione con gli altri e la vita senza saperlo. Semplicemente costruendo e facendo volare insieme un aquilone». 

Professore,  ci dà una definizione di intelligenza emotiva?
«L’intelligenza emotiva è tutto ciò che avviene attraverso le emozioni. È la facoltà di riconoscerle e gestirle in maniera consapevole. Un aspetto molto importante è l’empatia, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di comprendere e partecipare completamente allo stato d’animo dei nostri simili».

La scuola valorizza l’intelligenza emotiva degli allievi?
«Assolutamente no. A parte lodevoli eccezioni. Durante il suo percorso scolastico, il bambino viene valutato dalle insegnanti soprattutto sotto l’aspetto cognitivo. L’aspetto relazionale è, invece, relegato alla condotta. Per tutto il resto (scuote la testa) c’è la tecnologia digitale».

Si può dire che la scuola cade spesso nella tentazione di privilegiare il merito e la competizione piuttosto che la comprensione delle diversità fra compagni?
«La competizione, le gare di matematica, il dover rimarcare la bravura dei migliori pubblicizzando i loro nomi è un approccio didattico molto diffuso e c’entra ben poco con l’intelligenza emotiva. 

Di contro nelle aule si sottovaluta la manualità, un’abilità indispensabile per favorire la creatività e l’autonomia oltre che un momento di grande condivisione con i compagni. Il creare cose insieme cementa i rapporti fra pari e stimola la collaborazione e la comprensione dei talenti e dei limiti altrui. I nostri bambini non sanno fare quasi niente con un foglio di carta, ma sono bravissimi a navigare su un ipad. Qui una grossa responsabilità ce l’hanno i genitori: usano tablet e smartphone come fossero baby sitter. L’ora di manualità dovrebbe essere inserita per legge in tutti i programmi scolastici».

L’intelligenza emotiva si acquisisce o è una propensione naturale? «Il gioco è il primo luogo in cui il bambino sperimenta la sua capacità di gestire quanto avviene fuori da sé e, dunque, nel rapporto con gli altri: i genitori, gli insegnanti e i suoi pari. 

È l’esperienza che fa la differenza, ed è attraverso di essa che il bambino diventa se stesso».

La scuola come interagisce con le famiglie?
«La scuola e la famiglia avrebbero dovuto tenere ben separati i ruoli. Si è scelto di aprire le porte ai genitori e il dialogo di rispetto che si sperava questa modalità avrebbe creato è degenerato. Oggi le famiglie pretendono di giudicare gli insegnanti, di cui dovrebbero riconoscere preparazione e autorità. 

Stanno uccidendo l’insegnamento. Un tempo, un genitore non si sarebbe mai permesso di consigliare o criticare una maestra o un professore. Anzi, si sarebbe vergognato al solo pensiero. Il bambino non va difeso dai “no” o dai “giudizi negativi” degli insegnanti, se prende un brutto voto molto probabilmente se lo è meritato. Come potrà rispettare l’insegnante se i primi a non farlo sono i suoi genitori? All’educazione serve lungimiranza: quello che un figlio impara oggi, gli servirà fra dieci, venti, trent’anni. Non saper accettare un “no” o una piccola sconfitta adesso, senza rimboccarsi le maniche per rimediare, sarà deleterio in futuro».

All’ingerenza dei genitori si accompagna una perdita di autorevolezza dei docenti. Non basterebbe più empatia da ambo i lati?
«L’ingerenza dei genitori andrebbe limitata. Il metodo di insegnamento non è competenza di una madre o di un padre. 

C’è poi un’altra questione, che scatena la bassa considerazione da parte delle famiglie del corpo docenti: sono almeno 40 anni che questo Paese non valorizza i suoi maestri, svilendoli continuamente ed economicamente. Alla scuola non vanno tolte risorse, la scuola va finanziata. A partire dagli stipendi dei suoi lavoratori. Se tu sottopaghi un insegnante, che ricopre il ruolo forse più importante per la crescita della società, gli stai dicendo che la sua professionalità non ha valore. 

E questo messaggio è devastante, anche dal punto di vista della motivazione. In una situazione simile, come si può avere anche il tempo e la forza di comprendere i deliri dei genitori?».

intervista di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori