Educare, proteggere e dare fiducia…

Siamo capaci di farlo con i nostri figli nel modo adeguato? Di fornire loro un’adeguata protezione, senza restare intrappolati in comportamenti negligenti o, peggio ancora “iperprotettivi”? 

La parola “protezione” rimanda ad un profondo senso di dinamismo, movimento, azione; non a caso infatti il dizionario la definisce come “l’azione del proteggere e del riparare’’ oppure ‘’una difesa contro ciò che potrebbe arrecare danno”.

Essa inoltre suggerisce implicitamente la presenza di una relazione verticale tra due personeche hanno poteri diversi; da una parte, in una posizione di rilievo e di potere, chi protegge e, dall’altra, in una posizione più sottostante, chi riceve la protezione; esattamente come il genitore che si prende cura del proprio bambino in quanto ‘dipendente in maniera naturale’. 

Proprio grazie a questa relazione di appartenenza 
il bambino, crescendo, potrà sperimentare quella fase di separazione ed individuazione. 

Uno dei compiti più difficili dei genitoriè proprio quello di educare il figlio all’autonomia e all’indipendenza, di pensiero ed economica; renderlo autosufficiente gradualmente aiutandolo nella costruzione di un proprio pensiero critico; prepararlo al mondo in assenza della loro ala protettiva, per aiutarlo crescere come un adulto consapevole.

Eppure esistono molte famiglie in cui il senso di protezione viene mal interpretatoe confuso conl’impossibilità di lasciare andare e separarsi. In queste famiglie, definite come ‘invischiate’, la garanzia di sicurezza e protezione viene promossa esclusivamente all’interno della famiglia stessa, demonizzando il mondo esterno che è ritenuto come estremamente pericoloso.

Questo atteggiamento famigliare
genera comportamenti di forte dipendenza affettivae suscita paradossalmente moltissimi sensi di colpa nella persona che si ritrovasse anche solo per un attimo a pensarsi fuori da quella casa; non solo perché terrorizzato dal mondo esterno ma anche per aver tradito un patto di lealtà famigliare che ha come assunto: “non ci dobbiamo separare”.

Inoltre, questi comportamenti genitoriali iperprotettivi non fanno altro che accentuare quella distanza tra protettore e protetto, infondendo scarsa fiducia e un senso di impotenza generale sul mondo.

Far credere ad un membro di una famiglia di non essere capace di poter svolgere qualunque compito da solo, in autonomia, è una forma di maltrattamentoal pari della violenza fisica e psichica.

Un fenomeno che lentamente sta prendendo piede anche in Italia negli ultimi anni e di cui io stessa ho ricevuto moltissime testimonianze è la “parental school” o “homeschooling”, cioè la decisione genitoriale di ritirare i propri figli da scuola ed istruirli a casa. Inutile dire che questo fenomeno mostra, a mio avviso, diverse problematiche per lo sviluppo psichico e relazionale del bambino, riportandoci al concetto di iperprotezione.

Non più la scuola che ti obbliga
a relazionarti con altri bambini che non hai scelto tu, o a ‘subire’ atteggiamenti non sempre gentili dei propri insegnanti, ma la famiglia che si erge come unica salvatricedell’educazione del proprio figlio.

In questo modo, non solo si perpetra quella demonizzazione dell’esterno a favore dell’idealizzazione dell’interno, ma anche un non riconoscimento dei bisogni individuali del bambino

Impariamo a credere nelle sue capacità e a dargli fiducia, cosi come noi genitori abbiamo dato fiducia alla nostra parte più fragile, quella che gli altri spesso non hanno visto e valorizzato.

di Patrizia Valenti
psicologa, psicoterapeuta 
direttrice STF studio terapia familiare, San Lazzaro (Bo)

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